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Lawless di John Hillcoat

Lawless è la terza sceneggiatura scritta da Nick Cave per John Hillcoat, sei anni dopo “La proposta”, un sodalizio quello tra il musicista e il cineasta Australiani mai venuto meno se si considerano le colonne sonore composte dall’ex Birthday Party lungo tutta la filmografia dell’amico regista inclusa quella per quest’ultimo film, realizzata, come per The Road e The Proposition, insieme a Warren Ellis. Una relazione nient’affatto marginale che influenza l’andamento del cinema di Hillcoat anche quando non è presente una collaborazione stretta sul terreno della scrittura; i piani, del resto, non sono così simmetrici e Cave “scrive” Lawless con delle fulminanti idee contrastive anche attraverso le sue “Murder Ballads”, apparentemente più specifiche sul piano storico-filologico e strutturate rispetto ai lavori precedenti, raccolti insieme ad altre composizioni in un Cd dal titolo non casuale come White Lunar, di cui abbiamo parlato approfonditamente su indie-eye da questa parte. Vengono meno le caratteristiche “droniche” della musica per il cinema di Cave/Ellis, vengono meno tutti gli elementi Grinderman defunzionalizzati e riproposti in quella forma tra astrazione e racconto sonoro che rinuncia alla denotazione per farsi interiore, acusmatico, tra sogno e deserto. Per Lawless, Cave affronta la tradizione ma con intenzioni che evitando il bozzetto, innervano la profonda sintesi pittorica del cinema di Hillcoat con un’anima performativa di stampo pre-war folk capace di animare i corpi e incidere la carne viva come il sangue fotografato da Benoît Delhomme, già direttore della fotografia per “La proposta”. Non si può ignorare in questo senso, la sottile coreografia in forma danzante che organizza la lavanda dei piedi in chiesa, lo scambio tra Shia LaBeouf e Mia Wasikowska prende vita in quello spazio tra sacro e profano dove il biancore erotico di Bertha sembra stridere con i piedi gonfi e pieni di piaghe di Jack Bondurant ma in realtà mostra un’immagine non conciliante del desiderio; è un’attenzione pittorica al dettaglio, ma che rileva quasi sempre un altrove rispetto alla tentazione contemplativa del “quadro”, collocando ancora una volta il cinema di Hillcoat in una dimensione pulsante tra sangue e spirito, quasi come fosse un Terrence Malick visto sottosopra, attento al margine e disinteressato sia ad un cinema Classico che ad un’immagine esplicitamente del limite; intento casomai a trovare una rivelazione tra la polvere e il letame, attraverso possenti figure fatte di sangue e cicatrici mentre allo stesso tempo scivolano in una dimensione mitologica; è l’invisibile Charlize Theron che possiede, letteralmente, tutto The Road, trasmutandosi a poco a poco nelle manifestazioni più oscure e ambivalenti della natura, è un immenso Thom Hardy, irrimediabilmente depontenziato da un demenziale doppiaggio all’Italiana (perfetto, quindi dannoso) nella versione che ci è toccata nelle sale, corpo che supera i propri limiti nel suo spingersi ossessivo verso la vita attraverso numerose morti, tanto che la bellissima sequenza notturna dove muore e resuscita da una pozza di acqua ghiacciata, ricorda la relazione controversa con la vita di Charlize Theron, in quel violento rifiuto della maternità che in The Road viene riassorbito dal suo fondersi con i bagliori di una notte in fiamme. Nick Cave comprende perfettamente questo disinnesco continuo sulla memoria della mitologia Classica Americana, Hillcoat ha una relazione con il racconto e l’immagine non dissimile da quella che l'”autore” di una delle versioni più intense di “Long time man” ha con il Blues; insieme concorrono ad una stratificazione semantica che non solo passa attraverso la forma ritmica e ripetitiva della tradizione, ma mette in relazione partitura, testo, parola e immagine facendole dialogare come in certo cinema anni ’80, con la stessa ingenuità ma anche con la stessa onestà e vitalità; del resto, per ben due volte, e in due versioni diverse, è possibile ascoltare una “cover retro-datata” di “White Light, White Heat“, dove la vertigine temporale è esattamente rovesciata rispetto al lavoro sul noto brano di Tim Rose a cui accennavamo prima; il cinema di John Hillcoat sta anche li, in una dimensione mitologica ben piantata tra sangue e terra.

 

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