venerdì, Aprile 4, 2025
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Yosa Peit – HAD3S / AOL SLYT: il video

Gut Buster, secondo album per Yosa Peit è appena uscito per Fire Records e prosegue la ricerca nella cornice di un pop destrutturato, dove gli elementi club convergono alla costruzione di una nuova “bedroom music”, caratterizzata da un approccio lo-fi che si serve dei relitti e degli elementi della musica elettronica contemporanea in una direzione polemicamente anti-capitalista

Il video, auto-realizzato dalla musicista Berlinese, segue gli stessi criteri ed è un gioco a bassa definizione completamente autarchico, che sfrutta l’estetica dei video VHS di famiglia e un’animazione essenziale usata per creare pattern visuali ripetuti in diretta connessione con la controparte musicale.

OhmShlag (Quake Tango) — Oberland, Dargent, Elieh, Halal: il video

In assonanza con il titolo “OhmShlag”, e soprattutto con il suo sottotitolo “Quake Tango”, Frédéric D. Oberland e Grégory Dargent (entrambi musicisti e fotografi) hanno scelto di lavorare come sono abituati dal loro incontro: creare un oggetto a quattro mani, istintivo e organico, in un gesto degno della dea Kali e delle sue quattro braccia, nel tentativo di riprodurre quel processo di creazione, conservazione, distruzione e grazia. Il lavoro è interamente realizzato su pellicola Super 8, sia a colori che in bianco e nero, sviluppata a mano e digitalizzata da Grégory Dargent. Tre minuti e venti come limite espressivo in termini di durata per rimanere entro la cornice del videoclip tradizionale.
Questo a dispetto dei risultati, che sono totalmente ascrivibili nell’ambito del cinema sperimentale tra gli anni sessanta e gli anni settanta.
Il risultato sono immagini grezze mantenute in negativo così come appaiono per il colore, invertite per le parti monocromatiche, a volte modificate, aggredite e trattate con acidi per esultare questa danza ancestrale il cui scopo è commuovere, smuovere, generare una reazione.

In termini sonori siamo dalle parti di una terra apolide dove trance, elettronica, jazz, sperimentazione elettro-acustica si fondono in uno stimolante magma ritmico-sensoriale dalla qualità sensoriale e mistica

Controlla Microfreak con una tastiera esterna e suonalo live senza un computer

Tra le varie richieste che ci sono giunte numerose dai nostri lettori, dopo aver pubblicato il video tutorial lungo un’ora dedicato al Synth Analogico-ibdrido Microfreak prodotto dalla francese Arturia, una delle più frequenti è relativa alla possibilità di utilizzare un controller per suonarlo live, senza l’ausilio di un computer.
Combinando le funzioni di Keylab Essential 61 MK3, dispositivo approfondito con un altro video tutorial da questa parte, insieme alle enormi potenzialità di modifica del suono di Microfreak, abbiamo prodotto un nuovo video tutorial che spiega in dettaglio come alimentare Keylab Essential 61 Mk3 in modo autonomo, senza bisogno di connetterlo ad un computer e come configurarlo per controllare svariati parametri di Microfreak.

Alimentare Keylab Essential 61 Mk3 autonomamente.

Arturia non fornisce un alimentatore per i modelli Keylab Essential Mk3. A differenza di Microfreak, dove è incluso, occorre comprarselo e ricorrere a prodotti di terze parti.
Attraverso la pagina Power Supply delle FAQ presenti sul sito ufficiale di Arturia è possibile consultare le specifiche per i Controllers Lab Range, tra cui sono inclusi i modelli Keylab Essential Mk3.
L’alimentatore indicato è quello USB a 5V a 500Ma (oppure 0,5A). Noi l’abbiamo provato con un alimentatore USB 5V a 1000Ma (1A) e funzionava egregiamente. Il voltaggio è fondamentale perché utilizzare alimentatori al di sotto della potenza indicata non consentirebbe il funzionamento. Se si usano invece alimentatori più potenti rispetto al voltaggio indicato, si rischia di danneggiare il dispositivo.
L’amperaggio deve essere di 500Ma, ma questa è l’indicazione minima rispetto all’assorbimento di cui il dispositivo ha bisogno. Se utilizzate quindi un alimentatore da 1000Ma, non succederà niente di grave e il dispositivo assorbirà solo l’amperaggio necessario al suo funzionamento (500ma).

Cavo Midi per far dialogare Microfreak e Keylab Essential Mk3

Il cavo MIDI da utilizzare è quello maschio a 5pin. Un’estremità andrà connessa alla porta Midi Out posta sul retro di Keylab Essential Mk3, mentre all’altra dovrà essere connesso uno dei due adattatori bianchi in dotazione con Microfreak, dove da un’estremità c’è una connessione MIDI a 5pin femmina e dall’altra un minikack. Il minijack andrà inserito nella porta MIDI in di Microfreak. La porta MIDI da configurare sul menu Utility di Microfreak è la porta numero “1”. Può essere configurato anche il parametro “All” per essere sicuri, ma Keylab Essential Mk3 lavora proprio sulla porta “1”. Per dettagli vi consigliamo di guardare il nostro video tutorial.

Configurare al meglio Keylab Essential per controllare Microfreak: numeri Control Change

Prima di stabilire tutte le connessioni e quindi di andare sul palco a suonare Microfreak con il vostro controller, è necessario configurare al meglio Keylab Essential Mk3 attraverso il software Midi Control Center. Connettete al computer il dispositivo e aprite l’applicazione. All’interno sarà possibile mappare tutte le manopole e i fader della tastiera facendo riferimento ai numeri Control Change (CC#) assegnando ad ogni controllo un parametro di Microfreak per modificare il vostro sound al volo.
Nel video tutorial vi spieghiamo al meglio come mappare il dispositivo in base ai numeri Control Change. Il riferimento ai numeri CC che Microfreak utilizza si trovano nel manuale ufficiale, sotto il capitolo “Appendice D”.

Mahsa Free, l’omaggio dei Nidoja alla lotta delle donne iraniane: Gloam Session #7

Girato alla Masseria Caselle di Cristo, Toritto (BA), il 16 Novembre 2023, la nuova Gloam Session, il format live ideato e prodotto da Stand Alone Complex e proposto in esclusiva su Indie-eye, è dedicata al duo Nidoja, formazione nata nel 2005 per impulso della violoncellista Nicoletta D’Auria e del percussionista e sperimentatore elettronico Domenico Monaco.
Gli ingredienti sonori sono quelli della world music maggiormente legata alla ricerca, dove tra elettronica e ritmi, si innestano loop e armonizzazioni del violoncello.
Definita come “colonna sonora per i mari del sud“, la musica dei Nidoja è un’esplosione di elementi tra terra, fuoco e acqua, per suggerire un territorio apolide e senza confini.

Nel video diretto da Antonio Stea, filmato in presa diretta durante gli ultimi istanti del crepuscolo, in linea con lo stile e il rigore audiovisivo delle Gloam Session, i Nidoja propongono “Mahsa Free“, il cui titolo è un chiaro riferimento al grido di libertà che proviene dalle donne e dagli uomini iraniani, all’indomani del brutale assassinio di Mahsa Amini per mano della cosiddetta “Polizia Morale”, a causa di un utilizzo dell’hijab considerato “scorretto” dalle autorità della Repubblica Islamica.

Qui su indie-eye avevamo parlato della situazione iraniana raccontando più in generale il regresso del regime iraniano, la protesta di Jafar Panahi, il sostegno di Asghar Farhadi al movimento “Donna, vita libertà“.

Con “Mahsa Free” si aggiunge un tassello creativo importante per la sensibilizzazione di un problema che riguarda non solo l’Iran, ma anche la nostra percezione di libertà e diritto.
Attraversata da un pneuma spirituale, la proposta strumentale dei Nidoja va oltre la necessità di un canto di protesta, assorbendo la parola nella contemplazione sonora di altri mondi e altre dimensioni armoniche.
Immersi nel paesaggio barese, per la precisione nei dintorni del forziere di masserie in stato di abbandono del Parco Nazionale dell’Alta Murgia, i Nidoja sono colti dall’occhio di Antonio Stea e dall’attento e materico sound engineering di Gianvito Novielli in mezzo alla natura e all’odore dell’erba.
La session diventa questione sensoriale e il video stesso buca con forza quell’isolamento perfetto ma iperbarico che molto spesso contraddistingue le riprese live, confondendo in questo caso i suoni e cogliendoli nello spazio naturale.
Una filosofia del vedere che è anche filosofia di vita.
Le foto dell’articolo sono di Anna Squicciarini.
Buona visione e buon viaggio

Credits
Regia: Antonio Stea
Sound Engineer: Gianvito Novielli
Produzione: Stand Alone Complex
In esclusiva per Indie-eye
Musica di:
Nicoletta D’Auria (violoncello, loop)
Domenico Monaco (djembe, percussioni, elettronica)
Girato alla Masseria Caselle di Cristo, Toritto (BA), il 16 Novembre 2023

CCCP, In FEDELTÀ la LINEA c’è: Dal Vivo al Musart di Firenze il 26 luglio

«I CCCP – scrive Federico Fragasso nel ricco speciale pubblicato da questa parte su indie-eye e dedicato all’intera discografia storica della fomazone – si formano a Berlino Ovest, oasi del “mondo libero” nel cuore della Germania Comunista. “L’isola che non esiste più” – come la definirà molti anni dopo Blixa Bargeld degli Einstürzende Neubauten – divenne all’alba degli anni ’80 una mecca per sbandati di ogni genere e nazionalità, attratti dalla sua atmosfera decadente e dal suo clima permissivo. Già teatro della trilogia di Bowie e rifugio di Nick Cave, la città sarà il luogo dove i reggiani Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti si incontreranno per la prima volta nell’estate del 1981. Hanno all’epoca rispettivamente 24 e 28 anni e provengono entrambi dall’esperienza della protesta studentesca. Delusi dagli esiti del movimento, sono in fuga dalla loro esistenza precedente. Ferretti, in particolare, è stato a lungo un militante di Lotta Continua e dopo il suo definitivo distacco dalla politica ha svolto per alcuni anni l’attività di operatore psichiatrico. Entrambe le situazioni, come si vedrà, lo segneranno profondamente e saranno fondamentali nello sviluppo della sua singolare poetica. Cementando un’amicizia destinata a durare a lungo i due si lanciano alla scoperta della città, esplorando con vivo interesse le mille realtà di cui essa si compone. Anzitutto la musica, che in quegli anni rappresenta vistosamente il nuovo: insieme assistono alla rassegna Geniale Dilettanten, venendo a contatto con gruppi come Einstürzende Neubauten e DAF e assorbono gli insegnamenti del punk da una prospettiva prettamente continentale. Poi l’architettura industriale, gli influssi islamici del quartiere turco di Kreutzberg e soprattutto l’iconografia comunista assorbita grazie alle incursioni nel settore est (“quell’attrazione non derivava da una scelta politica, siccome la politica era ormai un capitolo chiuso, ma dal fascino puro e semplice di Berlino Est”).»

A 40 anni da Ortodossia, il primo EP della band , Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Annarella Giudici e Danilo Fatur saliranno sul palco del Musart Festival di Firenze 2024.
Venerdi 26 Luglio nella cornice suggestiva del Parco Mediceo di Pratolino, nell’ambito del tour “In FEDELTÀ la LINEA c’è” e dopo il grande successo delle recenti date berlinesi i CCCP proporranno brani storici della loro carriera come “Depressione Caspica, Annarella (Epica, Etica, Etnica, Pathos), Oh! Battagliero (Socialismo e Barbarie), Curami, Emilia Paranoica (Affinità – Divergenze Fra Il Compagno Togliatti E Noi Del Conseguimento Della Maggiore Età) Punk Islam (Ortodossia) e molti altri.

I biglietti – posti numerati da 39,10 a 59,80 euro – saranno disponibili da domani 14 marzo alle ore 18 sul sito ufficiale www.musartfestival.it, su www.ticketone.it e nei punti Boxoffice Toscana www.boxofficetoscana.it/punti-vendita. Disponibile anche la formula Gold Package (130 euro) che, al biglietto di primo settore, aggiunge catering con buffet e, prima dello spettacolo, visite guidate al Parco Mediceo.

[Foto dell’articolo di Guido Harari 2024 – fornita da ufficio stampa Marco Mannucci]

Clona i tuoi Hard disk Sata + SSD + M2 NVMe: Il Dock di piccole dimensioni, facile da usare

Tra gli eventi negativi per un musicista o un videomaker, la perdita dei dati su hard disk è uno dei più tragici. Ore di lavoro andate in fumo per un problema hardware che non sempre riguarda lo stato di salute dei supporti fisici.

Recupero dati hard disk, a chi rivolgersi?

Il recupero dati, oltre alle preghiere, richiede risorse economiche e soprattutto, la necessità di rivolgersi a ditte affidabili in grado di fare una diagnosi onesta sul vostro hardware.
Accade sempre più spesso, dopo un’accurata ricerca su internet sui professionisti attivi localmente, di fare la scelta sbagliata. Non è solo una questione di competenze, ma anche di attenta valutazione tra costi e benefici.
Se il fai da te non è sempre praticabile, esistono soluzioni possibili che vale la pena tentare, riducendo così almeno i costi per una prima analisi.

Box e Dock per trasformare gli hard disk interni in periferiche esterne

I box per leggere il contenuto di hard interni smontati dal proprio PC hanno spesso costi accessibili. In alcuni casi consentono agevolmente di capire se il danno riguarda l’hard disk oppure l’hardware del PC preposto a comunicare con esso.

Tra i numerosi Dock per montare hard disk interni ed utilizzarli quindi come periferiche esterne, Sandberg ne ha appena lanciato uno di piccole dimensioni sul mercato, che non scalda, non obbliga ad eseguire assemblaggi complicati e con pochissime mosse consente di leggere Hard disk meccanici di tipo SATA e i più recenti SSD NVMe M.2 connessi via PCI Express.
Quest’ultimi rappresentano il protocollo di trasferimento dati più veloce tra quelli disponibili e si riferisce ad Hard Disk che hanno la forma di schede molto simili ai moduli di espansione RAM.

USB 3.2 Cloner + Dock per hard disk M2 + NVMe + SATA

Il nuovo DOCK Sandberg, oltre ad accogliere queste tipologie di Hard Disk consente la clonazione dei volumi in entrambe le direzioni, ovvero da SATA a NVMe e viceversa. La clonazione di un volume è una funzione legata spesso a Dock molto avanzati e costosi e consente appunto di effettuare una copia fisica di un hard disk, per esempio con un sistema operativo installato, molto utile per chi voglia passare da un disco meccanico ad un SSD, così da migliorare le prestazioni del proprio PC, per quanto riguarda la velocità di accesso ai dati.
Con un costo di poco inferiore alle 70 Euro, Sandberg propone un dispositivo facilissimo da usare, alimentato da un alimentatore a 12v e con una porta di comunicazione USB-C con relativo adattatore USB 3.0, per comunicare con il vostro computer.

Dock e Cloner Sandberg: la video guida completa

Abbiamo testato il prodotto direttamente e siamo rimasti favorevolmente colpiti.
La facilità di utilizzo e di assemblaggio degli hard disk è pari all’efficacia del processo di clonazione.
Unica pecca, una quick start guide sin troppo essenziale, che da per scontate molte cose, tra cui la necessità, nel caso di utilizzo di un dispositivo nuovo di pacca, di gestire il disco dalle impostazioni avanzate di Windows prima di formattarlo, per creare il volume e consentire al Dock di individuarlo.

Per agevolare i nostri lettori all’utilizzo del Dock/Cloner di Sandberg, abbiamo preparato una dettagliata video guida, con clonazione inclusa da SATA a SSD NVMe, cercando di affrontare tutte le problematiche connesse all’utilizzo del dispositivo.

Dock/Cloner sul sito Sandberg

Barbara Pravi e Golshifteh Farahani, Marianne, un grido per la libertà delle donne

L’artista apolide francese, parte iraniana e parte serba, torna a scavare le radici culturali che le appartengono, dopo l’iniziativa condivisa con Aida Nostrat.
Daughters of Cyrus si incuneava esplicitamene tra le istanze del movimento di liberazione delle donne iraniane, rileggendo un brano tradizionale del 1927 scritto da Mohammad Ali Amir Jahid e Morteza Ni Dawood.
Marianne” ospita l’attrice iraniana Golshifteh Farahani, di stanza in Francia e molto attiva per i diritti delle donne del suo paese.
Cantato in francese da Barbara Pravi e in farsi da Farahani, il brano è dedicato in parte a Marjane Satrapi, la cui figura diventa paradigma di tutte le donne comuni in lotta, oppresse dai regimi totalitari che hanno fondato il loro potere sulla paura e la repressione.
Parole evocative e durissime quelle di “Marianne” che si connettono alle rivolte e ai movimenti femministi iraniani, ma anche alla condizione delle donne Afghane e alla recrudescenza del fondamentalismo.
In questi giorni Ebrahim Raisi ha approvato il bilancio per intensificare le iniziative repressive in Iran.
L’obbligo di indossare il velo viene controllato attraverso applicazioni e metodologie orwelliane utilizzate per il sequestro delle auto, l’incarcerazione e le torture per chi viola le norme.
Un “apharteid” di genere che le due artiste descrivono anche attraverso le immagini del videoclip uscito oggi, 8 marzo 2024 e diretto da Elodie Filleul, collaboratrice stabile di Pravi sin dai tempi di Voilà.
La cantante e l’attrice si muovono in un limbo di luci e veli, cercando di stabilire una relazione tattile e visuale tra le pulsazioni inesorabili scandite tra la luce e il buio. Visione strobo e bombardamento sensoriale che segue l’incedere clubbing e world del brano, mentre viene simulato lo spazio senza uscita di un conflitto, quello di una prigione, la cancellazione operata dal potere su corpi e identità.

Tu craches sur les politiques 
Qui fondent notre monde sur la peur
Jusqu’à quand la haine et les fanatiques
Tueront tes frères et tes sœurs 

Lezziero – Andare Via: il videoclip

…Un’altra sensazione
(Luca Lezziero)

Luca Lezziero, musicista, cantautore, produttore e videomaker, torna con il suo secondo progetto solista a cinque anni di distanza da “Lento e inarrestabile“, l’album pubblicato da Riff Records e prodotto da Cesare Malfatti.
Di quel lavoro avevamo parlato qui su indie-eye con un Podcast che coinvolgeva lo stesso Lezziero, ancora ascoltabile attraverso questo link.

A pubblicare  “naturæ” è sempre l’etichetta bolzanina guidata da Paolo Riff. Disponibile dal primo dicembre 2023 in versione digitale attraverso il canale Bandcamp dell’artista, l’album conferma la collaborazione di Lezziero con Cesare Malfatti e raccoglie undici tracce fatte di emozioni e sentimenti, osservati attraverso la lente trasformativa e ciclica del tempo, secondo coordinate che niente hanno a che vedere con la rassegnazione, ma al contrario rileggono il nostro passaggio con rinnovata energia interiore.

A veicolare l’album il videoclip di “Andare via“, realizzato dallo stesso Lezziero con l’utilizzo di archivi d’immagine “open”.

Il brano si interroga sul senso della perdita, delle tracce e delle eccedenze da conservare oppure da lasciare andare, rigettando il nichilismo sotteso da tutti gli strappi e le lacerazioni e allo stesso tempo quelle dinamiche sin troppo consolatorie che negano la presenza costante del declino nelle nostre vite.
Liriche, quelle di Lezziero, che combinano sapientemente lo sbocciare e il trascolorare di un sentimento nell’accostamento di parole semplici, ma polisemiche. Un movimento palindromo che si riattiva nella radicalità minimale di una musica suonata, che tra immediatezza e attenzione al dettaglio, trova nella ripetizione un vettore ricco di espressione poetica.

Negli anni ’90 lavoravo per una casa di produzione e uno dei grandi pericoli del girare videoclip in quel periodo era di essere troppo “didascalici”, dove per didascalico si intendeva seguire fedelmente il senso del testo ci ha detto Lezziero per raccontare il videoclip di “Andare Via”All’epoca un video doveva essere soprattutto “concettuale”, ossia associare alla musica immagini che fossero più connesse (“diegetiche” si diceva) agli stati d’animo e alle emozioni che evocava. La sequenza di scene assemblate poteva quindi anche essere apparentemente dissociata e sottilmente misteriosa, ma andava bene, perché il filo rosso che le univa era la coerenza emotiva al brano. Ecco qui io ho cercato di fare il contrario. Con una ricerca di video d’archivio vecchi e nuovi, che pescano in documentari, film muti e sonori, banche immagini più recenti, ho voluto invece spingere proprio verso la pura “didascalicità” e seguire più che si potesse il flusso serrato del mio testo. Certo anche in questo caso il gioco è ambiguo, perché dove ho potuto, ho mostrato volutamente quello che dicevano le parole, caricando di proposito il loro senso letterale (campane dove dico “campane”, fiamme dove dico “fiamme”), ma dove lo stesso testo esprime emozioni, sensazioni, cose immateriali quindi, ho scelto una interpretazione di essi. Ed eccomi quindi tornato in un certo senso “concettuale!”
Anche dal punto di vista della fotografia ho volutamente mischiato bianco e nero e colore, vintage estremo e video contemporanei, proprio perché la regola che mi sono dato “descrivi quello che dici fin dove puoi”, vinceva rispetto anche alla coerenza estetica. Anzi l’eterogeneità diventa alla fine una coerenza essa stessa

Anna Meredith: TULL | Scottish Ensemble – il videoclip di AINS

Moda, arte e una fortissima concezione visuale, caratterizzano i videoclip di AINS, regista di Glasgow perfezionatasi alla scuola di cinema berlinese e sospesa tra videomusica e advertising.
Senza scendere a compromessi, applica il suo stile fortemente legato agli elementi di scena, agli oggetti fisici e ad una propensione optical anche in termini illuminotecnici.
Apparentemente fuori dai suoi ambiti la collaborazione con lo Scottish Ensemble e Delphian Records, impegnati in un progetto in partnership con la casa di produzione Forest of Black.
Per l’esecuzione di Tull di Anna Meredith, ultima uscita video del progetto, AINS ha costruito un set basato sulla collocazione di blocchi armati a forma di parallelepipedo, come basi per accogliere i musicisti.
Camera fissa e un montaggio non dissimile dai principi tecnici dello stop-motion, contribuiscono ad un video eminentemente ottico, che sfrutta illusioni anamorfiche molto simili al rapporto tra corpi e oggetti nell’esperimento di Beuchet.
Il risultato, oltre al gioco dimensionale, insegue l’architettura sonora in termini visuali, ricombinandola in un disegno di forme e prospettive.

Kim Gordon – Bye Bye, il video di Clara Balzary

Kim Gordon anticipa la pubblicazione del suo nuovo album solista previsto per il prossimo marzo, con un videoclip interpretato da Coco Gordon Moore. Riattiva le stesse connessioni famigliari di “Hungry Baby“, pubblicato nel febbraio del 2021 per promuovere il precedente “No Home Record“, dove la figlia era sempre al centro di una suburbia desertificata ed elaborata dalla creatività di Clara Balzary.
La giovane fotografa e filmmaker statunitense, figlia di Michael Peter Balzary, meglio noto come Flea, torna dietro la macchina da presa e realizza una clip molto simile alla precedente, che assegna alla presenza fisica di Coco il contrasto indomato tra energia femminile e spazio urbano.
Lo sguardo è in apparenza vicino a quelli di Larry Clark, Harmony Korine e per certi versi anche alla fotografia di Richard Kern senza l’estrema sessualizzazione dei corpi. Questa viene sublimata da una straordinaria esplosione di rabbia complementare e opposta, rispetto alla forza centripeta di “Hungry Baby”.

Il personaggio di Bye Bye è quello di una ragazza in fuga, il cui contesto è semplicemente inabissato nell’istante, nell’esplosione degli eventi, nello sguardo periferico delle videocamere di sorveglianza, nei furti e negli espedienti di una ragazza sul bordo.
Non è un video “retrò” come ci è capitato di leggere da parte di una critica di imbarazzante incompetenza, è al contrario l’immagine flagrante della discrepanza fluttuante che si verifica nella post-adolescenza, tra identità, aspettative e profilazioni del mercato.

Lontana dalla coolness coeva, inclusa quindi la retromania, Balzary mostra un meta-codice che ne disinnesca i presupposti, rilanciando un’ipotesi vitalistica al di là del bene e del gusto e inventandosi una personale sinestesia tra movimento, colore e rumore, per dialogare con il cut-up stilistico del brano.

C’è una straordinaria simpatia per il male, attraverso quelle modalità che hanno attraversato intimamente anche formazioni come i Sonic Youth e l’immagine di alcuni cineasti indipendenti, ma soprattutto un’incorporazione del monologo di Rosamund Pike nei panni di Amy Dunne nel “Gone Girl” di Fincher.

Il riferimento è soprattutto visuale e legato alla condensazione delle immagini frequentative: il supermercato, il taglio di capelli, la fuga in macchina, la dimensione del crimine.
La potenzialità polisemica di quel monologo ha consentito anche una rilettura femminista di alcuni stereotipi, ma viene rielaborata sapientemente da Balzary attraverso la spinta psicofisica di un’autoaffermazione radicale.

Rabbia come crescita, spinta verso la trasformazione senza alcun limite: Coco, una Drunken Butterfly.